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LA LUCE,
L'OPERA DI UNA VITA di Maria Will Che l'arte sia per eccellenza
il luogo dello spirituale è cosa, si può dire, di concetto comune.
Per contro, il nostro sentire - pur così pronto e ben disposto verso ogni
più vaga filosofia di stampo New Age - stenta a riconoscere che l'arte
attuale possa esprimere il senso del sacro. Un sacro, si intende, che non si
configuri semplicemente come una dimensione superiore all'esperienza
quotidiana e di essa sia comprensiva, ma un sacro che corrisponda invece
alle istanze di una religione rivelata.
Soltanto con estrema circospezione si giunge a riconoscere in una creazione
contemporanea un'espressione di fede; e ancora, si preferisce sospendere il
suo eventuale valore assoluto al cosiddetto "contenuto umano" che le sia
assegnabile.
Il timore di contraddire l'irrinunciabile laicità sulla quale si fonda la
società moderna, sembra trattenere il giudizio contro l'evidenza. Poiché di
evidenza si tratta: l'artista continua ad interrogarsi sulla trascendenza e,
in senso cristiano, continua a confrontarsi con la tradizione figurativa
derivata dalla rivelazione incarnata nel Figlio di Dio; eppure, nemmeno la
Chiesa sembra accordare oggi adeguata attenzione a queste preziose
potenzialità di dialogo con la sfera della creazione artistica.
La frammentazione psicologica e culturale che vive l'uomo contemporaneo -
condizione prima di libertà che si accompagna tuttavia ad una drammatica
necessità di compiere continue scelte - arriva inoltre a fatica a
considerare e comprendere un'esperienza di determinante unitarietà.
Per queste ragioni, l'arte di ambito sacro viene a trovarsi in una
situazione che corrisponde ad una sorta di non dichiarata, non voluta e
ibrida clandestinità.
Ed ecco perché, se non si voglia fraintendere la pittura di fra Roberto - e
tutta la sua pittura, non soltanto quella di destinazione più direttamente
chiesastica - occorre adottare una preliminare distinzione, la stessa che
con illuminante acutezza Luciano Berti applicò al Beato Angelico nei
confronti dei contemporanei artisti del Primo Rinascimento: ossia che,
mentre costoro si rivolgevano all'animo, l'Angelico parlava invece
all'anima.
Riconoscere ciò significa riconoscere l'originalità dell'arte di fra
Roberto, la ragione che la muove e la giustifica, determinandone il non
equivocabile carattere di personale testimonianza.
Nei dipinti di fra Roberto si leggono e si intravedono corpi e figure, ma la
loro sostanza è trascendente, non reale, esattamente come l'impostazione di
fondo di questa pittura è astratta e non figurativa.
Secondo tratti identificabili come tratti umani, prendono forma
manifestazioni di un mistero che l'artista non si stanca mai di indagare.
E fondamentale nella grammatica di fra Roberto è il colore, colore-luce: a
volte liberato nella piena luminosità; altre trattenuto nei fondi recessi
della notte; spesso usato nella doppia valenza, riunendo in contrasto fra
loro gli opposti estremi. Sul piano della tematica, in riduzione
semplicistica: la lotta fra il bene e il male, l'oscillazione fra la gioia e
la disperazione. Santi e peccatori, angeli e demoni, elevazioni e cadute a
descrivere un'unica fedeltà, quella tra vita e morte.
Un giorno, se si andrà a ripercorrere il solco importante lasciato da questo
frate in cinquant'anni o poco meno di infaticabile attività, si vedrà forse
che la meditazione sulla meravigliosamente celestiale - e divina per
definizione - arte bizantina, fondata sulla preziosità cromatica e sul
simbolico valore ultraterreno della luce dell'oro, è valsa a indirizzare
tutta una ricerca, da lì in continua evoluzione.
Il registro dominante è sempre quello dell'espressività, che forza la forma
fino a stravolgerla, con un senso di terribilità che verrebbe da accostare
alle potenti figure del Giudizio di Michelangelo (compagno dei volti
sovrumani, di proporzioni ciclopiche, creati da fra Roberto come quello
scelto ad illustrazione per questa sua seconda presenza presso La Casa di
Vaglio, non è forse il volto-autoritratto del san Bartolomeo scuoiato della
Sistina?).
La composizione rispetta una costruzione rigorosa, basata su di un ordito di
assi portanti non di rado resi espliciti da un disegno di sapore geometrico.
L'analogia che i risultati più recenti della ricerca di fra Roberto mostrano
con alcuni esiti attuali dell'informale o espressionismo astratto, vengono a
dire il radicamento dell'artista nel proprio tempo, ossia nel linguaggio del
proprio tempo: da Käthe Kollwitz a Bacon, fra Roberto ha avuto ed ha
presente molte esperienze espressive, guardando con speciale intensità a
quelle che, con valore di adesione e denuncia, contemplano la sofferenza e
l'ingiustizia.
Tuttavia, la centralità del ruolo del colore, il modo caratteristico di
ottenere per velature liquide la trasparenza, dicono che il significato più
emblematico della pittura di fra Roberto si racchiude nel concetto mistico
della luce.
Quasi come se egli fosse da sempre all'opera ad un'unica, interminabile e
luminosissima vetrata, sublime raggiungimento riassuntivo della sua arte.
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