LA PITTURA DI FRA ROBERTO PASOTTI di Giuseppe Curonici

Quando parliamo di libertà possiamo intendere una fila di cose diverse accumunate da pochi tratti comuni. C'è la libertà giuridica-civile, quella che consiste nei diritti che la legge riconosce a tutti i cittadini. C'è la libertà sociale-economica, che consiste nell'avere i mezzi materiali occorrenti a realizzare per davvero quelle libertà che la legge presente come possibilità. Ci sono le libertà apparenti. Ci sono le libertà esteriori.

Si può parlare di libertà come condizione di vita dell'uomo che vive amando la verità e il suo prossimo. Sta scritto: "la verità vi farà liberi". Siccome nessuno ha in tasca la verità, e nessuno ama completamente il suo prossimo, allora succede che la vera e piena libertà è un compito da realizzare, una lotta da sostenere, una tensione e un'aspirazione.
Naturalmente, parlare di tensioni, aspirazioni e simili cose, accontentandosi di termini generici, è puro e semplice sentimentalismo, confusionismo, volgarità camuffata. Bisogna fare le cose con un po' più di precisione: vale la pena di dire, non può esservi libertà senza spirito critico, analisi della realtà.
L'impostazione di pensiero, che sorregge le opere più notevoli di fra Roberto, ci sembra che stia precisamente qui: analisi della realtà, spirito critico, religiosità, stare vicini al mondo e anche essere pronti a distaccarsi da questo medesimo mondo.
Fra Roberto dipinge a volte opere nettamente figurative, a volte opere nettamente astratte. Non è un caso: viceversa è il modo di lavorare di un atteggiamento pittorico e religioso che consiste nel guardare la verità, senza perdersi nelle vicende del mondo.
Intorno a questi problemi, la tradizione dei francescani, anche nel campo della cultura artistica, ha dato fin dal medioevo esempi che stanno tra i massimi della cultura mondiale.
Il discorso sulla semplicità e la lealtà, la polemica contro un certo modo di fare la chiesa, cioè contro l'orgogliosa e avara chiesa del potere mondano, sono elementi ben precisi dell'opera di un pittore e d'un poeta che furono espressamente seguaci di San Francesco: Giotto e Dante.
Questa linea, san Francesco-Giotto-Dante si è presentata (e anche questo bisogna dirlo chiaro) nel momento in cui si stava delineando la ricca, potente civiltà mercantile dei Comuni: ossia, il primo avvio della civiltà basata sul denaro e sui consumi, sull'avarizia e sull'individualismo orgoglioso.
Francesco, come tutti sanno, era il figlio di un ricco commerciante, di cui rifiutò la successione, il denaro, l'eredità.
"Non ti chiamerò più padre", dice il titolo del libro che Bacchelli dedicò a questo argomento. Bene: la chiesa cattolica, che con il Concilio Vaticano II ha aperto tra mille difficoltà un discorso di revisione e di controllo, costituisce il clima morale-intellettuale di fondo, su cui si collocano molti che danno un loro contributo, ciascuno con i suoi mezzi.

E un frate pittore contribuisce facendo il frate e il pittore, diversa la via, eguale la meta.
Nella pittura di fra Roberto, il discorso intorno alla chiesa dei poveri, viene effettuato passando attraverso una raffigurazione critica della chiesa dei ricchi. Cioè i ritratti di cardinali. Il cardinale è gerarchia, potere (difatto è avvenuto così) distacco dalla realtà popolare.
D'altra parte, il cardinale tende o dovrebbe tendere, proprio alla realizzazione della chiesa come comunità di tutti. Perciò, il modo di essere del "cardinale" come potere umano e missione religiosa, in termini come sopra indicati, è un modo di essere in contraddizione; e la contraddizione accade pienamente tutte le volte che i mezzi umani e le furbizie umane, ossia il gusto del potere (individuale od i gruppo) prevalgono sopra la missione religiosa.
I "Cardinali" dipinti da fra Roberto sono interessanti soprattutto come ritratti immaginari di una realtà ben individuata dal punto psicologico, "alteri e deboli" per riprendere un verso che Montale ha riferito ai residui dell'aristocrazia asburgico-imperiale: rossi di un rosso decadente, su fondi austeramente neri, grigi, o squarci di cielo.
In piena faccia, severi, onesti - manovrieri, leali - circonvoluti, atei - religiosi, autoritari - dubbiosi, facce di uomini veridici-falsi.
Quale parte della loro vita è volontaria? Quale parte è invece involontaria, dettata dalle circostanze, dalla situazione storica? Fino a che punto hanno ancora, fino a che punto non hanno più séguito e consenso?
Questi personaggi sono e rimangono immagini di conflitto reale, vissuto, soffocato e accuratamente diretto e coltivato da scaltrezza mondana e saggezza religiosa, in una raffinata sofisticazione inestricabile.
Ma, per concludere, questo è il punto: "il Cardinale sono io".
Vale a dire: non si tratta soltanto di individuare le contraddizioni della chiesa dei ricchi e dei potenti, denunciando alcuni signori importanti. Si tratta di individuare una mentalità che sempre e per ogni dove può essere anche la "mia" tentazione, la mia malefatta.

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